sabato 4 ottobre 2008
Un uomo, Una storia. Commenta
Angela Rosa Paone su "Il quotidiano"
lunedì 1 settembre 2008
Mario Rigoni Stern
Il Sergente nella neve
Memoria ed Epopea Alpina
Il sergente nella neve era Mario Rigoni Stern, medaglia d’argento al valor militare, alpino per scelta, uomo semplice di grandi passioni, di nobili sentimenti e di alta sensibilità verso gli altri, grande amante della montagna e della natura, icona dello spirito autentico degli alpini e dei valori della gente di montagna, grande scrittore e instancabile narratore, pezzo importante del nostro novecento, grande voce narrante della storia e della letteratura del nostro Paese e della verità umana. Arruolato nel corpo degli Alpini nel 1938, allo scoppio della guerra fu mandato a combattere dapprima in Francia, poi in Albania, in Grecia ed in Russia. E proprio nella gelida regione sovietica, durante la II guerra mondiale, il sergente visse l’esperienza che gli cambiò la vita, combattendo una guerra che gli ha lasciato segni inenarrabili, ma che ha avuto la capacità di trasformare in letteratura. Le sue storie trasudano di luoghi lontani, visti in prospettiva dall’Altipiano di Asiago, dove hanno preso origine le sue parole ed i suoi racconti, che gli hanno valso diversi importanti premi ed una fama che travalica le Alpi. Un uomo che ha condiviso immagini, storie e ricordi con Eugenio Corti, Primo Levi e Nuto Revelli, dei quali è stato grande amico.
“Il sergente nella neve” è anche il capolavoro letterario di Mario Rigoni Stern, col quale si colloca all’interno della corrente narrativa neorealistica. Un romanzo autobiografico, pubblicato nel 1953 su indicazione di Elio Vittorini e divenuto ben presto un classico della letteratura italiana, tradotto in diverse lingue e utilizzato in molte scuole italiane come testo di lettura. Cronaca personale e diretta dell’esperienza dello scrittore, quando era sergente della divisione Tridentina durante la campagna di Russia, il libro racconta la tragica ritirata dell’Armir, di cui faceva parte il Corpo d’armata alpino, nel gennaio del 1943, durante la quale miglia di soldati italiani morirono sotto i colpi del nemico e del freddo polare ed il sergente si distinse per aver portato in salvo, fuori dalle linee del fuoco nemico, un cospicuo gruppo di soldati ormai allo sbando. Il libro è una grande testimonianza storica, un racconto lucido, sincero, privo di inibizioni e di timide premure, una storia straordinaria che arriva dritta al cuore e non risparmia verità, un lacerante inno contro la guerra, ancora più forte perché scritto da un ex soldato. Storia di uomini mandati allo sbaraglio, con armi e vestiti inadeguati e cibo scarso. Quei giorni, Mario Rigoni Stern, semplice sergente divenuto improvvisamente responsabile della vita di molti uomini, li racconterà, con misurato orgoglio, come essere stati i giorni più importanti della sua vita. Un racconto doloroso ma fondamentale per trasmettere agli altri il senso della propria esperienza, che rappresenta un sicuro ed efficace veicolo della memoria. Un racconto, dunque, all’insegna del ricordo e della memoria, di tutti i compagni uccisi, di coloro che ha visto cadere al suo fianco sulla neve, nella più tragica insipienza e inadeguatezza dei vertici militari. Un’esperienza nel corso della quale Mario Rigoni Stern si è contraddistinto anche per i suoi interventi a favore di alcuni civili in condizioni disagiate, che sono sopravvissuti grazie al suo aiuto, come Nikolaj Sanvelian che, salvato dal sergente, diverrà uno dei più apprezzati scrittori Russi e, all’avvio della glasnost e della perestroika, costituirà l’Associazione Internazionale degli Intellettuali “My Cultura” a cui parteciperanno anche Mario Rigoni Stern, Alberto Moravia e Giancarlo Pallavicini.
Di MarioRigoni Stern sono molto noti anche gli altri suoi romanzi, come “Il bosco degli urogalli”, “Storia di Tonle”, “Le stagioni di Giacomo” e via dicendo, tutti ispirati a grande rispetto e amore per l’uomo e la natura, nei quali sono sottolineati i valori importanti, autentici, veri ed universali della vita, in cui egli credeva fermamente: il grande amore di un uomo per la sua terra, il legame indissolubile tra memoria e natura, che costituisce l’essenza delle sue opere. Mario Rigoni Stern “aveva la grandezza che hanno i solitari”, come disse lo scrittore Ferdinando Camon. Quando un grande come Mario Rigoni Stern non c’è più il sentimento che si prova è di nostalgia e di rammarico per non averlo conosciuto. Certo, rimangono i suoi libri, ma una persona così sarebbe bello poterla guardare negli occhi mentre racconta.
Il sergente se n’è andato, non c’è più, ma ci si può credere: l’eco della sua voce risuonerà a lungo e non solo tra le sue montagne.
Michele Petullà
lunedì 25 agosto 2008
Ricordando De Andre' 2008 a Mileto
Struggente malinconia e messaggio incorrotto
I Fronesis Saverio Catagnoti e Pino Curra' in
Fiume Sand Creek
Non ha tradito le attese la II edizione del Premio Fabrizio de Andrè, le cui fasi finali si sono svolte a Mileto il 21 agosto. Un’intera serata dedicata al compianto cantautore genovese - che ha lasciato un segno indelebile nel panorama musicale italiano - ed alle sue canzoni, sospese tra musica e poesia. Sul palco, allestito in piazza Badia, si sono esibiti in tredici, tra artisti singoli e gruppi musicali, riproponendo le sue canzoni con interpretazioni di ottimo livello, in un’alternarsi di suoni ed emozioni che hanno piacevolmente coinvolto ed appassionato l’ampio pubblico presente. Alla fine, il verdetto emesso da una giuria qualificata, composta da musicisti, estimatori e studiosi di Fabrizio De Andrè e specialisti del settore, ha decretato la vittoria del gruppo I Fronesis (voci di Saverio Catagnoti e Pino Currà) che, con una bella interpretazione della canzone Fiume Sand Creek, si sono aggiudicati il 1° premio di mille euro. Al 2° posto, distanziato da soli quattro voti, si è classificato Marco Petrolo, con la canzone Sidun, mentre al 3° posto si sono classificati, ex aequo e ad un solo punto di distanza dal precedente, i Mediterraneos (voce solista Franco Arena), con la canzone Le acciughe fanno il pallone, e Antonio Giordano, con la canzone Khorakanè. Il premio della critica, infine, è stato assegnato ad Antonio Grillo, con la canzone Andrea. Un voto articolato quello espresso dalla giuria che, nell’attribuire il punteggio alle canzoni proposte, ha dovuto tenere conto della voce, dell’interpretazione e dell’arrangiamento. Dunque, un verdetto difficile e complesso, ma anche obiettivo e centrato, che ha riscontrato e rispettato anche il favore ed i pronostici del pubblico, che con entusiasmo e passione è rimasto ad ascoltare, fino a tarda notte, le emozionanti parole-poesie di Fabrizio De Andrè.
Michele Petullà
martedì 19 agosto 2008
Fabrizio De Andrè: Mileto tramanda la sua memoria
A Mileto, dunque, la memoria di Fabrizio De Andrè si tramanda. Ricordare De Andrè significa ricalcare i percorsi dei suoi personaggi, quegli angoli di umanità con cui si confrontava e che ha molto studiato, così tanto da tentare di comprenderli. Si è sforzato di comprendere realtà differenti, usando la gioia del dialogo che, specie in una realtà come la nostra, rimane una condizione fondamentale di crescita e di democrazia.
De Andrè ha introdotto nel mondo della musica leggera un nuovo modo di esporre, in musica e in parole, i fatti e la realtà della vita. Ha elevato le parole al rango di racconto-poesia. Per questo Fabrizio De Andrè rappresenta una leggenda italiana, la cui musica e le cui parole hanno fatto e fanno battere il cuore. Raramente gli uomini riescono a scuotere le coscienze come la voce di Fabrizio ha saputo fare con le sue canzoni, in tanti anni di carriera fuori dalle regole e dai canoni del sistema. Per questo, tanti e tanti, molti, che come noi sono cresciuti con le canzoni di Fabrizio De Andrè ed hanno riconosciuto nella sua musica e nelle sue parole gli insegnamenti di un grande maestro, continuano ad ascoltare la sua voce. Grazie Fabrizio per aver cantato di Marinella, di Bocca di Rosa, di Via del Campo, di una Smisurata preghiera, del nostro Amico Fragile, dei nostri amori perduti, per averci fatto gridare attraverso le tue ballate contro tutte le assurdità del mondo, contro le sue ipocrisie e le sue ingiustizie. E grazie per averci convinto che “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori”.
L’eco della tua voce continuerà a risuonare ancora, ed a lungo, e non solo tra la tua gente.
Michele Petullà
domenica 17 agosto 2008
Eurispes: inflazione doppia
un terzo dei vibonesi indebitati
Michele Petullà
sabato 24 maggio 2008
Esaltare e condividere i valori etici universali espressi in "Un uomo.Una storia"
Un testo che riesce a raggiungere pur nella sua semplicità i contenuti il ritmo e l'universalità dei testi classici come l'Odissea, o la Divina Commedia.
E' il racconto appassionato e commosso di una figlia innamorata, che evoca e rivive trasformando la nostalgia e la mancanza di un padre semplice ma eroe, in un saggio che sa coniugare al meglio l'intensità narrativa con la precisione storica lasciando un messaggio preciso e universale per ogni generazione: Il valore di un uomo non sta nella sua funzione sociale o nel suo valore economico, ma nel suo cuore, nel suo coraggio, nella sua lealtà ai valori del bene e dell'umanità e della vita e della famiglia in ogni circostanza, soprattutto quando ogni speranza sembra essere vana e tutto proprio tutto sembra in modo irreversibile vocato al nulla e alla morte. Sta in questo esercizio della Memoria la cura e l’ascesi della Libertà e della Coscienza Civile specie in un’Italia da sempre “avara” e “smemorata” troppo pronta a dimenticare e rimuovere per chiudersi nel proprio “particolare”di casta e nel cinismo. Un libro quindi da leggere e rileggere e conservare …ma soprattutto da vivere ..Un libro che sa far rivivere lo spirito di nonno Ciccio: la sua ironia, l’umanità, la lealtà, la generosità..il calore di cui è pregna tutta la sua famiglia ..il calore di un Italia e di un Sud che non vuole perdere la propria partita ma che vuole vincere e andare avanti per togliere le ragnatele di oscuri miti gotici che coprono l’inconscio collettivo e opprimono il meglio di questo Paese ingrato con i suoi figli e questa terra di Calabria rinfocolando la fiamma della verità e dell’entusiasmo.Un Testo in conclusione, allegorico e reale, ma soprattutto sapienziale da cui ogni uomo di ogni età può ripartire per evocare , trovare ,approfondire (anche tramite l’uso della bibliografia e delle citazioni introduttive di ogni capitolo) e seguire la strada verso un futuro che è tutto da costruire.
Corrado

