sabato 25 agosto 2007
sabato 18 agosto 2007
Perchè abbiamo amato, amiamo e ameremo sempre Fabrizio De Andrè
De André ha stravolto i canoni della canzone italiana con le sue misteriose e magiche ballate dal ritmo intenso e penetrante, sempre sospese tra mito e realtà. Ha sempre attribuito una maggiore attenzione alla qualità del testo rispetto alla quantità della produzione.
Ha sfidato gli arroganti ed i potenti di ogni tempo con il linguaggio sferzante dell’ironia, senza mai cedere alle “leggi del branco”.
Molti suoi testi sono considerati dei veri e propri componimenti poetici e, come tali, inseriti in diverse antologie scolastiche di letteratura.
Sempre fuori dal coro, De André ci ha parlato di libertà, rifiutando dogmi, parole d’ordine e slogan da combattimento.
Ascoltare De André è stato come leggere un romanzo di formazione, uno di quei libri in cui si racconta una crescita e ci si identifica in una maturazione; in cui il lettore cresce e matura leggendo.
De André era innanzitutto la sua voce, una voce da sciamano suadente, che si riconosceva all’istante come quella, antichissima e vivifica, di un cantore di razza.
Quel timbro era così unico, inconfondibile, inimitabile: la sua voce non era mai estranea a ciò di cui parlava. Era una voce etica. In tutte le sue canzoni traspare la ricerca del senso etico prima ancora che estetico. Sembra impossibile immaginare De André senza la sua voce, senza quella voce.
In una continua e straordinaria ricerca poetica, De André ha raggiunto un raffinato e profondo pathos, anche nelle canzoni in dialetto che, in genere, incontra molte difficoltà ad entrare nel circuito mediatico. Ma De André, con la sua vibrante e suadente voce, è stato capace di trasformare il dialetto delle sue canzoni in una lingua alta e sensuale; un’eleganza che non è mai folklore ma sempre ricerca, ostinata ed etica.
A De André va sicuramente riconosciuto il coraggio e la coerenza di aver scelto di sottolineare i tratti nobili ed universali degli sconfitti; nelle sue canzoni ha cantato spesso storie di emarginati, ribelli, diseredati, come in una specie di “antologia dei vinti”, dove l’essenza della persona conta più delle azioni e del loro passato.
Nella sua produzione artistica De André ha raggiunto alte vette di lirismo poetico. In ogni sua canzone è presente la poesia come atto di amore e di riscatto verso l’umanità ferita e dimenticata.
I versi delle sue canzoni sono sempre improntati ad una personale e disincantata filosofia cristiana, ad una particolare spiritualità, ad una grande eticità e ad una profonda sensibilità.
Lo scrittore colombiano A. Mutis disse che soltanto un uomo con una grande anima come lui avrebbe potuto scrivere quei versi.
L’eleganza, la forza, la grazia, il mistero di quei versi, vestiti di una musica come di sogno, non potevano che provenire dalla mente e dal cuore di un artista così immenso.
Dentro le sue canzoni, ci sono i suoi due immensi mari, sospesi tra la poesia e la rabbia. Ed in mezzo lui, l’artista, l’uomo, un’isola che, tra violente burrasche e sospirate bonacce, sapeva ascoltare il rumore del mare profondo e di tutte le sue creature. Un porto di navi e lingue diverse, di marinai e donne misteriose, dove sbarcavano le sonorità di terre lontane e le parole degli chansonnier francesi che tanto amava.
Il musicista e compositore N. Piovani ha detto che De André non è stato mai di moda. La moda, effimera per definizione, passa. Le sue canzoni, invece, restano.
De André era unico. Lo era nella fatica, nel disagio, nell’inquietudine di creare. Lo era nel cercare sempre una strada propria in mezzo al divismo ed alle ben calcolate produzioni della musica moderna. Un modello inimitabile di coerenza, serietà ed ironia.
La sua produzione artistica è memorabile per varietà ed intensità. Un artista che non ha mai dimenticato che c’è nella musica un mistero prezioso, una sfida, una ribellione che non deve arretrare davanti ai tempi ed alle mode.
Le sue canzoni, che hanno il coraggio e la passione di incontrare le diverse culture, sono un vaccino contro ogni razzismo. Ogni sua canzone è un dono misterioso che deve essere conservato. Per tutto questo, De Andrè rappresenta un mito fertile, che ci spinge a non rinunciare al nostro talento, a seguire la nostra rabbia, il nostro stupore, i maestri migliori. De André era uno degli ultimi rimasti. Accettiamo la sua sfida, adesso che non c’è più. E’ ancora possibile essere liberi, seri, creativi, senza compromessi e senza paure.
Michele Petullà (pubblicato su Calabria Ora del 17/8/2007)
Il ricordo di De Andrè a Mileto
Emoziona Angelo Fusca con 'A Cimma
Mileto ricorda Fabrizio De André, il cantore degli emarginati
Michele Petullà (pubblicato su Calabria Ora del 17/8/2007)
mercoledì 25 luglio 2007
Letta al premierato PD: qualcuno che ci fa sognare
Un premier di 41 anni! Finalmente.
Un esperto di politica internazionale.
Un esperto di welfare.
Un politico di larghe vedute
Referendario:
Penso sia lo stimolo giusto perché il Parlamento approvi una legge elettorale sul modello tedesco, quello vero, con una soglia di sbarramento non fittizia
Giovane con i giovani
C’è una generazione tra i trenta e i quarant’anni che nella politica è poco rappresentata. Non mi rivolgo soltanto ai miei coetanei. Ma non mi chiamo fuori: di quella generazione faccio parte; e credo che abbia molto da dare, soprattutto al partito democratico.
Il retroterra
Ci siamo formati negli anni Ottanta; anni bistrattati, che in realtà sono stati straordinari. E non soltanto per la musica, la tv, il cinema, il design.
Non è vero che siano stati soltanto gli anni del riflusso; la formazione di chi era ragazzo allora è stata forse più equilibrata di quella della generazione precedente. Questo ci rende per certi aspetti più liberi».
Gli esempi che si potrebbero fare sono molti. «Aver cominciato a seguire la vita pubblica dopo la crisi delle ideologie ci ha avvantaggiati. Non essendoci mai illusi, non abbiamo vissuto la fase della disillusione». Da qui un atteggiamento più equilibrato, anche nei confronti dell’America: «Prima di noi è cresciuta una generazione critica, e anche giustamente: erano gli anni del Vietnam. Qualcosa di simile sta accadendo ora con l’America di Bush che scatena la guerra in Iraq.
Per noi l’America era il grande avversario dell’Unione sovietica, un Paese che davvero non esercitava su di noi alcuna attrattiva, così come la Cina postmaoista.
Abbiamo amato gli Stati Uniti, fin da subito; e questo ci rende liberi, quando occorre, di criticarli.
Democrazia distribuita
Vorrei fare in modo che il nuovo partito sia costruito un po’ come l’enciclopedia Wikipedia, un po’ come un quadro di Van Gogh. Come accade con Wikipedia, anche nel Pd ognuno delle centinaia di migliaia di partecipanti deve portare il proprio contributo, le proprie competenze, che in certi campi sono di sicuro maggiori delle mie e di quelle dei leader del centrosinistra. E, come i quadri di Van Gogh, il nuovo partito deve avere tinte forti: un giallo che sia giallo, un blu che sia blu. Non deve porsi per prima la questione della mediazione, che è importante, ma dovrà seguire; il Pd deve innanzitutto dire la sua.
L'ultima fatica
L’accordo sulle pensioni dimostra che il governo Prodi c’è, eccome abbiamo raggiunto tre obiettivi. Tutelare i giovani e i precari, con il riscatto della laurea, la totalizzazione dei contributi per evitare che un solo euro versato vada sprecato.
Walter Veltroni si candida alla guida del PD
Efficace
Efficente
Buonista
Americanista
Amante di cinema
Allontanato dalla nomeklatura komunista
Speriamo per sempre lontano dalla dell'ottusita' dei burocrati di partito.
Il Programma
Primo: superare l'attuale bicameralismo perfetto, assegnando alla Camera la titolarità dell'indirizzo politico, della fiducia al governo e della funzione legislativa e facendo del Senato la sede della collaborazione tra lo Stato e le autonomie regionali e locali. Senato e Camera manterrebbero potestà legislativa paritaria nei procedimenti di revisione costituzionale.
Secondo: operare una drastica riduzione del numero dei parlamentari, coerente con la specializzazione delle due camere: 470 deputati e 100 senatori porterebbero l'Italia al livello delle altre grandi democrazie europee come quella francese alla quale sempre di più dobbiamo saper guardare.
Terzo: riformare la legge elettorale, in modo da ridurre la assurda frammentazione e favorire un bipolarismo basato su competitori coesi programmaticamente e politicamente. Il governo sarebbe così capace di assicurare l'attuazione del programma per il quale è stato scelto dagli elettori, come in tutte le grandi democrazie europee. E, infine, la ricostruzione di un rapporto fiduciario tra elettori ed eletti, mediante la previsione per legge di elezioni primarie per la selezione dei candidati. Tutto questo è ora reso ancora più necessario dalla positiva sfida del referendum.
Quarto: rafforzare decisamente la figura del Presidente del Consiglio, sul modello tipicamente europeo del governo del primo ministro, in modo da garantire unitarietà e coerenza all'azione di governo e coesione alla maggioranza parlamentare, attribuendogli, ad esempio, il potere di proporre nomina e revoca dei ministri al Presidente della Repubblica.
Quinto: rafforzare il sistema di garanzie nel sistema maggioritario e bipolare, in modo da scongiurare qualunque rischio di dittatura della maggioranza o di deriva plebiscitaria, prevedendo quorum rafforzati per la modifica della prima parte della Costituzione e per l'elezione delle cariche indipendenti, uno Statuto dell'opposizione, l'attribuzione alla Corte costituzionale delle controversie in materia elettorale, norme rigorose contro il conflitto d'interessi.
Sesto: previsione di una corsia preferenziale, con tempi certi, per l'approvazione dei disegni di legge governativi e voto unico della Camera sulla legge finanziaria nel testo predisposto dalla Commissione Bilancio, sulla falsariga dell'esperienza inglese.
Settimo: escludere nei regolamenti parlamentari la costituzione di gruppi che non corrispondano alle liste presentate alle elezioni e rivedere le norme finanziarie che oggi premiano la frammentazione, comprese quelle sul finanziamento pubblico dei partiti e della stampa di partito.
Ottavo: completare la riforma federale dello Stato, attuandone gli aspetti più innovativi, a cominciare dal federalismo fiscale e dalle forme particolari di autonomia che possono avvicinare le regioni a statuto ordinario alle autonomie speciali, con uno sguardo particolare alle grandi aree metropolitane.
Nono: attuare l'articolo 51 della Costituzione, prevedendo almeno il 40 per cento di candidati donne e di capilista donne a pena di inammissibilità delle liste. Il Partito democratico applicherà alle proprie liste la quota del 50 per cento.
Decimo: riconoscere il voto ai sedicenni per le elezioni amministrative, valorizzandone l'apporto di freschezza e di entusiasmo essenziale per la rivitalizzazione della democrazia e al tempo stesso la funzione di responsabilizzazione, di socializzazione e di apertura, essenziale nel delicato percorso dall'adolescenza alla maturità


