giovedì 26 agosto 2010

Il San Rocco di Pino Cinquegrana

San Rocco di Montpellier – Il Santo del Graal (Adhoc edizioni), è l’ultimo (in ordine di tempo) lavoro letterario del poliedrico e prolifico scrittore e saggista Giuseppe Cinquegrana. Il libro è stato presentato a Maierato, in una suggestiva e piacevole cornice in puro stile caffè-letterario. A relazionare, dopo i saluti di Francescantonio Liberto, Presidente Provinciale della Confartigianato, Francesco Deodato, Vice Comandante Regionale dell’Esercito, con un’illuminante intervento teso a contestualizzare la figura di San Rocco all’interno della tematica relativa ai Cavalieri Templari ed al Santo Graal, e Damiano Pietropaolo, Professore di Storia dello Spettacolo all’Università di Toronto, con un toccante quanto emozionante e coinvolgente intervento snocciolato sul filo della memoria e dei ricordi, in un ideale ed auspicato ricongiungimento, nel nome e nel segno di San Rocco, della comunità maieratana locale e delle tante comunità maieratane sparse in giro per il mondo a causa dell’emigrazione. A concludere, l’autore stesso del libro, che ne ha rimarcato l’importanza e il significato all’interno della cultura, delle tradizioni e della storia della religiosissima comunità maieratana, particolarmente devota a San Rocco. La serata, inoltre, è stata piacevolmente allietata dalla musica e dalle melodie di Franco Pontoriero, leader e voce narrante del noto gruppo di musica popolare “LiraBattente”, che, accompagnato dai figli Michele (fisarmonica) e Daniela (flauto), ha eseguito alcuni brani del vasto repertorio della band, che sta riscuotendo un notevole successo di pubblico e di critica anche fuori dai confini regionali. Presenti tra il pubblico personalità varie e di spicco, tra cui il Sindaco di Vibo Valentia, Nicola D’Agostino, e il responsabile della produzione del TG2-Rai, Teodoro Caruso. Nel corso della serata è stato proiettato un cortometraggio sulla storia e sui percorsi del Santo, nonché sulla festa ed i riti a lui dedicati dalla comunità di Maierato, rendendo così ancora più immediatamente contestualizzato e fruibile il contenuto del libro medesimo.
Il libro è un’interessante quanto affascinante viaggio attraverso la storia, il mito e la simbologia, i documenti e i luoghi del Santo taumaturgo e guaritore, nato a Montpellier da nobile famiglia e divenuto ben presto “pellegrino della speranza”. Uno dei santi più venerati in Europa che, pur senza essere mai passato fisicamente per Maierato, ha suscitato, e continua a suscitare, in quella comunità, una fortissima devozione, a causa – come dice l’autore del libro - anche delle tantissime guarigioni miracolose che vi ha operato. Un Santo che, per le sue tante manifestazioni miracolose, è festeggiato e venerato anche in molti altri paesi del Vibonese e della Calabria intera, le cui comunità si rivolgono a lui con sentimenti e manifestazioni di forte devozione e religiosità popolare, che mettono in evidenza tutta la forza aggregante dei rituali religiosi. Il libro presenta una narrazione avvincente, dalla quale emerge chiaramente il contesto storico e culturale del periodo in cui San Rocco visse (in un’Europa devastata dalla peste nera e da altre epidemie), il suo percorso ideale e simbolico da Montpellier a Maierato, come vuol farci immaginare l’autore, il senso dell’attaccamento e della devozione della sua comunità al Santo del Graal. Uno dei grandi meriti dell’autore, infatti, è sicuramente anche quello di aver messo in evidenza, in modo chiaro, le possibili connessioni tra San Rocco e le due vicende più celebri ed affascinanti del Medioevo: il mistero del Santo Graal e la storia dei Cavalieri Templari, l’ordine cavalleresco più conosciuto della storia, che a distanza di sette secoli dal suo scioglimento suscita ancora molto interesse, e non solo tra gli studiosi, come ci ricorda un altro recente libro dello stesso autore (Segni Templari nella Calabria Medievale). Infatti, nella Chiesa di Rennes-le-Chateau, un paesino proprio vicino a Montpellier, in una terra ricca di leggende, a cui si lega il mistero Templare e del Santo Graal e in cui si intrecciano tante storie dei Templari, si trovano le statue raffiguranti Santa Germana, Sano Rocco, Sant’Antonio di Padova, Sant’Antonio Abate e Santa Lucia, la cui disposizione e successione, in base alle iniziali dei relativi nomi, dà proprio questo risultato: Graal. Una circostanza che l’autore del libro ci pone davanti, non come una semplice casualità, ma come qualcosa di molto più significativo e concreto, un’ipotesi da indagare e da approfondire. Un percorso letterario, dunque, sospeso tra storia e mito, attraverso le tradizioni legate al culto del Santo, la simbologia dei riti e delle offerte votive, i canti popolari religiosi e gli inni votivi dedicati al Santo, all’interno del quale l’autore vaga per chiese e monasteri, tra documenti antichi e libri recenti, raccontando storie di luoghi e personaggi, alla scoperta dei tanti segni della “presenza” del Santo del Graal all’interno della comunità maieratana e di tante altre comunità calabresi. L’autore illustra questo percorso con dovizia di particolari e con rapida ma efficace scrittura. Luoghi, chiese, storie, feste, rituali, personaggi vengono rivisitati con l’occhio attento dell’esperto antropologo, alla ricerca di segni, simboli e tracce che contribuiscono a definire i contorni della storia di San Rocco. Il tutto arricchito da un’opportuna dovizia di note e un’approfondita bibliografia, all’interno di un elegante volume di piacevole e scorrevole lettura. Michele Petullà
San Rocco di Montpellier – Il Santo del Graal (Adhoc edizioni), è l’ultimo (in ordine di tempo) lavoro letterario del poliedrico e prolifico scrittore e saggista Giuseppe Cinquegrana. Il libro è stato presentato a Maierato, in una suggestiva e piacevole cornice in puro stile caffè-letterario. A relazionare, dopo i saluti di Francescantonio Liberto, Presidente Provinciale della Confartigianato, Francesco Deodato, Vice Comandante Regionale dell’Esercito, con un’illuminante intervento teso a contestualizzare la figura di San Rocco all’interno della tematica relativa ai Cavalieri Templari ed al Santo Graal, e Damiano Pietropaolo, Professore di Storia dello Spettacolo all’Università di Toronto, con un toccante quanto emozionante e coinvolgente intervento snocciolato sul filo della memoria e dei ricordi, in un ideale ed auspicato ricongiungimento, nel nome e nel segno di San Rocco, della comunità maieratana locale e delle tante comunità maieratane sparse in giro per il mondo a causa dell’emigrazione. A concludere, l’autore stesso del libro, che ne ha rimarcato l’importanza e il significato all’interno della cultura, delle tradizioni e della storia della religiosissima comunità maieratana, particolarmente devota a San Rocco. La serata, inoltre, è stata piacevolmente allietata dalla musica e dalle melodie di Franco Pontoriero, leader e voce narrante del noto gruppo di musica popolare “LiraBattente”, che, accompagnato dai figli Michele (fisarmonica) e Daniela (flauto), ha eseguito alcuni brani del vasto repertorio della band, che sta riscuotendo un notevole successo di pubblico e di critica anche fuori dai confini regionali. Presenti tra il pubblico personalità varie e di spicco, tra cui il Sindaco di Vibo Valentia, Nicola D’Agostino, e il responsabile della produzione del TG2-Rai, Teodoro Caruso. Nel corso della serata è stato proiettato un cortometraggio sulla storia e sui percorsi del Santo, nonché sulla festa ed i riti a lui dedicati dalla comunità di Maierato, rendendo così ancora più immediatamente contestualizzato e fruibile il contenuto del libro medesimo.
Il libro è un’interessante quanto affascinante viaggio attraverso la storia, il mito e la simbologia, i documenti e i luoghi del Santo taumaturgo e guaritore, nato a Montpellier da nobile famiglia e divenuto ben presto “pellegrino della speranza”. Uno dei santi più venerati in Europa che, pur senza essere mai passato fisicamente per Maierato, ha suscitato, e continua a suscitare, in quella comunità, una fortissima devozione, a causa – come dice l’autore del libro - anche delle tantissime guarigioni miracolose che vi ha operato. Un Santo che, per le sue tante manifestazioni miracolose, è festeggiato e venerato anche in molti altri paesi del Vibonese e della Calabria intera, le cui comunità si rivolgono a lui con sentimenti e manifestazioni di forte devozione e religiosità popolare, che mettono in evidenza tutta la forza aggregante dei rituali religiosi. Il libro presenta una narrazione avvincente, dalla quale emerge chiaramente il contesto storico e culturale del periodo in cui San Rocco visse (in un’Europa devastata dalla peste nera e da altre epidemie), il suo percorso ideale e simbolico da Montpellier a Maierato, come vuol farci immaginare l’autore, il senso dell’attaccamento e della devozione della sua comunità al Santo del Graal. Uno dei grandi meriti dell’autore, infatti, è sicuramente anche quello di aver messo in evidenza, in modo chiaro, le possibili connessioni tra San Rocco e le due vicende più celebri ed affascinanti del Medioevo: il mistero del Santo Graal e la storia dei Cavalieri Templari, l’ordine cavalleresco più conosciuto della storia, che a distanza di sette secoli dal suo scioglimento suscita ancora molto interesse, e non solo tra gli studiosi, come ci ricorda un altro recente libro dello stesso autore (Segni Templari nella Calabria Medievale). Infatti, nella Chiesa di Rennes-le-Chateau, un paesino proprio vicino a Montpellier, in una terra ricca di leggende, a cui si lega il mistero Templare e del Santo Graal e in cui si intrecciano tante storie dei Templari, si trovano le statue raffiguranti Santa Germana, Sano Rocco, Sant’Antonio di Padova, Sant’Antonio Abate e Santa Lucia, la cui disposizione e successione, in base alle iniziali dei relativi nomi, dà proprio questo risultato: Graal. Una circostanza che l’autore del libro ci pone davanti, non come una semplice casualità, ma come qualcosa di molto più significativo e concreto, un’ipotesi da indagare e da approfondire. Un percorso letterario, dunque, sospeso tra storia e mito, attraverso le tradizioni legate al culto del Santo, la simbologia dei riti e delle offerte votive, i canti popolari religiosi e gli inni votivi dedicati al Santo, all’interno del quale l’autore vaga per chiese e monasteri, tra documenti antichi e libri recenti, raccontando storie di luoghi e personaggi, alla scoperta dei tanti segni della “presenza” del Santo del Graal all’interno della comunità maieratana e di tante altre comunità calabresi. L’autore illustra questo percorso con dovizia di particolari e con rapida ma efficace scrittura. Luoghi, chiese, storie, feste, rituali, personaggi vengono rivisitati con l’occhio attento dell’esperto antropologo, alla ricerca di segni, simboli e tracce che contribuiscono a definire i contorni della storia di San Rocco. Il tutto arricchito da un’opportuna dovizia di note e un’approfondita bibliografia, all’interno di un elegante volume di piacevole e scorrevole lettura. Michele Petullà

sabato 21 agosto 2010

Fabrizio De Andrè: Mileto lo ricorda e ne tramanda la memoria.

E’ calato il sipario sulla III edizione del Premio “Ricordando De Andrè”, che si è svolto nella suggestiva Piazza Pio XII di Mileto, per l’occasione gremita in ogni angolo di un pubblico attento e partecipe. La manifestazione, organizzata dall’omonima Associazione Culturale, presieduta da Francesco Ciccone, e patrocinata dalla Regione Calabria, dall’Amministrazione Provinciale di Vibo Valentia, dal Comune e dalla Proloco della ridente cittadina normanna, è stata presentata da Luigi Grandinetti, volto noto dell’emittenza televisiva calabrese. Un’apposita giuria, composta da esperti del settore artistico-musicale e letterario, giornalisti e personalità varie, tra cui Tina Galante (Mezzosoprano), Raffaella Soriano (Musicista), Pino Cinquegrana (Saggista/Antropologo), Michele Petullà (Critico musicale e appassionato studioso di De Andrè), il Sindaco di Mileto, Enzo Varone, lo stesso presidente dell’Associazione organizzatrice, Francesco Ciccone, Lidia Ruffa, Giuseppe Currà e Francesco Ridolfi (Giornalisti), e presieduta da Miche Figliuzzi, fine conoscitore della musica e dei testi di De Andrè e delegato dell’omonima fondazione, diretta dalla moglie del compianto cantautore genovese, Dori Ghezzi, ne ha decretato il vincitore, alla fine di una serata intensa e ricca di emozioni, dall’esito incerto fino all’ultimo istante, nella quale i concorrenti si sono alternati sul palco con interpretazione ed arrangiamenti di alto livello qualitativo, in un alternarsi di suoni ed emozioni che hanno piacevolmente coinvolto ed appassionato l’ampio pubblico presente, rendendo non facile il lavoro di valutazione della commissione medesima. Ad aggiudicarsi l’ambito premio la nota Band di musica popolare “I Mattanza”, con un’originalissima interpretazione della canzone Bocca di Rosa, in versione dialettale (Bbucca di Rrosa), grazie alla quale si sono aggiudicati anche il riconoscimento quale interpretazione più originale, ex aequo con il noto gruppo i Koralira”, i quali hanno interpretato in chiave acustica e dialettale la canzone Si chiamava Gesù.

Ottime sono state anche le performance di altri gruppi meno noti, i quali hanno proposto interpretazioni ed arrangiamenti musicali di alta qualità, come Angelo Fusca (già vincitore della I edizione con una straordinaria A Cimma), accompagnato dai Last Minute Band (Princesa); i “Fronesis” (già vincitori della II edizione con una superba Fiume Sand Creek), voce solista Saverio Catagnoti (Andrea); Antonio Giordano (Dolcenera); il gruppo “In Viaggio”, voce solista Filippo Lico (Un Giudice); i “Kalura, voce solista Onofrio Berlingeri (Anime Salve). E poi, a seguire, gli altri concorrenti: Francesca e Loredana, accompagnate al violino dalla bravissima, e ormai famosa, Greta Medini (Canzone dell’Amore perduto); i “Dejavù” (Un matto); Alessio Giordano (Ballata dell’amore cieco o della vanità), i “Diadema” (Il testamento di Tito). Un’intera sera, dunque, una bellissima serata di musica, dedicata a Fabrizio De Andrè - che ha lasciato un segno indelebile nel panorama musicale italiano - ed alle sue canzoni, sospese tra musica e poesia, per ricordarlo e tramandarne la memoria.

De Andrè, infatti, era e rimane uno fra i più conosciuti, amati ed importanti cantautori italiani. Ne sono testimonianza e dimostrazione i tanti concerti celebrativi, i tributi e gli omaggi alla sua opera che, sin dalla sua scomparsa, avvenuta l’11 gennaio 1999, si susseguono sempre più numerosi e partecipati. In questo contesto, ed in questo fermento culturale-musicale, si inserisce ed acquista ancora più rilevanza e significatività il Premio “Ricordando De Andrè”, organizzato a Mileto. Una manifestazione che, dal punto di vista artistico-culturale, vuole stimolare e promuovere, attraverso la riproposizione e l’interpretazione delle canzoni di De Andrè, una creatività libera e non condizionata dalle tendenze legate alle mode, al fine di dare originalità e vitalità alla produzione artistica in campo musicale. Una manifestazione di ampio respiro e di sicuro interesse artistico-culturale; un appuntamento molto atteso, che si candida a divenire polo di attrazione, non solo per artisti ed appassionati della musica italiana d’autore, e a proiettare la ridente cittadina normanna, già ricca di storia e di cultura, nei grandi circuiti culturali di interesse nazionale.

Mileto, dunque, attraverso questo Premio, ricorda Fabrizio De Andrè e ne tramanda la sua memoria.

Ricordare De Andrè significa ricalcare i percorsi dei suoi personaggi, quegli angoli di umanità con cui si confrontava e che ha molto studiato, così tanto da tentare di comprenderli. Si è sforzato di comprendere realtà differenti, usando la gioia del dialogo che, specie in una realtà come la nostra, rimane una condizione fondamentale di crescita e di democrazia. De Andrè ha introdotto nel mondo della musica leggera un nuovo modo di esporre, in musica e in parole, i fatti e la realtà della vita. Ha elevato le parole al rango di racconto-poesia. Con quel timbro così unico, inconfondibile, inimitabile, la sua voce non era mai estranea a ciò di cui parlava o cantava. Era una voce etica, ed in tutte le sue canzoni traspare la ricerca del senso etico prima ancora che estetico. Per questo rappresenta una leggenda italiana, la cui musica e le cui parole hanno fatto e fanno battere il cuore. Raramente gli uomini riescono a scuotere le coscienze come Fabrizio de Andrè ha saputo fare, con la sua voce da sciamano suadente e le sue canzoni, in tanti anni di carriera sempre fuori dal coro, dalle regole e dai canoni del sistema. Per questo, tanti e tanti, molti, che sono cresciuti con le sue canzoni ed hanno riconosciuto nella sua musica e nelle sue parole gli insegnamenti di un grande maestro, continuano ad ascoltare la sua voce. Attraverso le sue canzoni ci ha parlato innanzitutto di libertà, invitandoci a pensare con la nostra testa, rifiutando dogmi, parole d’ordine e slogan da combattimento. Per molti, ascoltare De Andrè è stato come leggere un romanzo di formazione, uno di quei libri in cui si racconta una crescita e ci si identifica in una maturazione. Grazie Fabrizio per aver cantato di Marinella, di Bocca di Rosa, di Via del Campo, di una Smisurata preghiera, del nostro Amico Fragile, dei nostri amori perduti; per averci fatto gridare attraverso le tue ballate contro tutte le assurdità del mondo, contro le sue ipocrisie e le sue ingiustizie. E grazie per averci insegnato che “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori”.

Michele Petullà

sabato 4 ottobre 2008

Epopea Alpina: Un uomo. Una storia
Racconta Don Giuseppe Ferrari

Marcella Mellea, Michele Petullà, un uomo, una storia,
Vibo Valentia, adhoc edizioni, 2008,127, s.i.p.

Libro a quattro mani la cui trama coinvolgente e’ scritta in forma chiara e scorrevole e si fa leggere volentieri e tutto di un fiato, per arrivare alla fine della vicenda che (spinge verso l’epilogo).
Sembra di rivivere e rivisitare una tragedia familiare delle varie ed assortite guerre del passato e del presente.
Lo stile colloquiale apre con un dolce dialogo continuo e pacato, tra la figlia ed il proprio padre che diventa talvolta soliloquio reale ed immaginario insieme, denso di tenui, delicati ed affettuosi sentimenti, di emozioni forti e non rimossi, recuperati dallo struggente scrigno della memoria. In questo clima viene descritta la vicenda di un umile alpino calabrese che lotta per la sopravvivenza e per il ritorno alla casa natia dove la madre sempre l’aspetta.
Il protagonista è un alpino coinvolto in una storia più grande ed imprevista della sua vita, durante l’arco della seconda grande guerra (1939-45); non voluta, ma subita come da quasi tutti i nostri soldati.
Il testo preso in esame ricostruisce fedelmente il quadro storico, con cenni rapidi, ma sicuri, l’avventura dei nostri soldati e la conseguente disfatta verificatasi dopo la rovinosa ritirata dal Don.
Mussolini “aveva bisogno di un pugno di morti da usare al tavolo delle trattative” per una guerra che secondo i suoi calcoli sarebbe durata poco tempo, anche perché suggestionato dalla “Blitzkrieg” la guerra lampo di Hitler, che aveva avuto tanti successi. L’esempio più éclatante e drammatico della impreparazione ed inferiorità militare italiana si verificò proprio con la partecipazione alla guerra di Russia. Poco dopo l’attacco tedesco, 26 giugno 1941, Mussolini aveva inviato un corpo di spedizione italiano, lo Csir, forte di circa 50.000 uomini. Nessuna ragione strategica coinvolgeva l’Italia in quel conflitto, né vi erano interessi nazionali da far valere.
L’unico fondamento di quella decisione, che sarebbe costata perdite umane immense, era l’intenzione di Mussolini di acquisire titoli di benevolenza presso l’alleato tedesco e di sdebitarsi, in qualche modo dell’aiuto ricevuto in Grecia. Nel 1942, poi, dopo le prime difficoltà incontrate dai tedeschi nella “guerra lampo”, le forze italiane furono portate a circa 220.000 uomini, (un intero corpo di armata): l’Armir. Furono proprio queste truppe a trovarsi coinvolte direttamente nella offensiva d’inverno lanciata dai sovietici sul fiume Don; il fronte fu sfondato e decine di migliaia di soldati italiani morirono congelati o furono fatti prigionieri. I soldati italiani erano male armati e peggio equipaggiati, combatterono col fango, il ghiaccio e la fame. Vi furono gesti e scaramucce di grande eroismo individuale ed insieme di estrema resistenza davanti all’inesorabile avanzata dell’armata sovietica.
L’eco delle canzonette… del “testamento del capitano” mi tornano tristemente all’orecchio: I suoi alpini ghe’ manda a dire – che non scarpe per camminar “o con scarpe o senza scarpe – i miei alpini li voglio qua”…
Francesco Giuseppe Mellea è stato un fortunato redivivo, grazie alla sua indomita fede religiosa ed alla sua tenace volontà.
Per lui è stato di grande aiuto e rimarrà riconoscente, per il resto della sua vita, per l’intervento di S. Franecsco di Paola, pag. 91 del testo, grato alla sua intercessione per essere riuscito a sopravvivere al disastroso evento bellico che solo nella nostra Calabria causò la morte di migliaia di uomini.
I nostri militari in segno di protezione portavano custodite gelosamente nel taschino della giacca della divisa militare (dalla parte del cuore) le immagini della Madonna, dei Santi di cui erano devoti, con le foto dei propri cari lontani.
Il libro costituisce un monito contro l’assurdità della guerra che lascia sempre dietro di sé distruzioni, lutti e rovine ed una lunga ostilità tra i popoli.
“Risposta non c’è, o forse chi sa, caduta nel vento sarà? Al perché della guerra (Bobby Dylan) canta: “Quanti cannoni dovranno sparar – e quando la pace verrà – Quanti bimbi innocenti dovranno morir e senza saperne il perché – Quanto giovane sangue versato sarà, finchè un’alba nuova verrà?”
“Dona, o Signore il riposo eterno ai nostri morti ed ai caduti di tutte le guerre – Concedi ai popoli la pace nella giustizia e nella libertà e che l’Italia nostra, stimata ed amata nel mondo, meriti la protezione tua e la materna custodia di Maria, anche in virtù della concordia operosa dei suoi figli Amen”, (dalla preghiera del soldato).

Giuseppe Ferrari

Un uomo, Una storia. Commenta
Angela Rosa Paone su "Il quotidiano"

lunedì 1 settembre 2008

Mario Rigoni Stern
Il Sergente nella neve
Memoria ed Epopea Alpina

Mario Rigoni Stern:

il racconto come veicolo della memoria


Il Sergente nella neve” ha finito di combattere. E’ tornato a baita, tra la sua gente, tra i suoni e i colori delle sue montagne, e ora riposa la pace eterna.
Il sergente nella neve era Mario Rigoni Stern, medaglia d’argento al valor militare, alpino per scelta, uomo semplice di grandi passioni, di nobili sentimenti e di alta sensibilità verso gli altri, grande amante della montagna e della natura, icona dello spirito autentico degli alpini e dei valori della gente di montagna, grande scrittore e instancabile narratore, pezzo importante del nostro novecento, grande voce narrante della storia e della letteratura del nostro Paese e della verità umana. Arruolato nel corpo degli Alpini nel 1938, allo scoppio della guerra fu mandato a combattere dapprima in Francia, poi in Albania, in Grecia ed in Russia. E proprio nella gelida regione sovietica, durante la II guerra mondiale, il sergente visse l’esperienza che gli cambiò la vita, combattendo una guerra che gli ha lasciato segni inenarrabili, ma che ha avuto la capacità di trasformare in letteratura. Le sue storie trasudano di luoghi lontani, visti in prospettiva dall’Altipiano di Asiago, dove hanno preso origine le sue parole ed i suoi racconti, che gli hanno valso diversi importanti premi ed una fama che travalica le Alpi. Un uomo che ha condiviso immagini, storie e ricordi con Eugenio Corti, Primo Levi e Nuto Revelli, dei quali è stato grande amico.
“Il sergente nella neve” è anche il capolavoro letterario di Mario Rigoni Stern, col quale si colloca all’interno della corrente narrativa neorealistica. Un romanzo autobiografico, pubblicato nel 1953 su indicazione di Elio Vittorini e divenuto ben presto un classico della letteratura italiana, tradotto in diverse lingue e utilizzato in molte scuole italiane come testo di lettura. Cronaca personale e diretta dell’esperienza dello scrittore, quando era sergente della divisione Tridentina durante la campagna di Russia, il libro racconta la tragica ritirata dell’Armir, di cui faceva parte il Corpo d’armata alpino, nel gennaio del 1943, durante la quale miglia di soldati italiani morirono sotto i colpi del nemico e del freddo polare ed il sergente si distinse per aver portato in salvo, fuori dalle linee del fuoco nemico, un cospicuo gruppo di soldati ormai allo sbando. Il libro è una grande testimonianza storica, un racconto lucido, sincero, privo di inibizioni e di timide premure, una storia straordinaria che arriva dritta al cuore e non risparmia verità, un lacerante inno contro la guerra, ancora più forte perché scritto da un ex soldato. Storia di uomini mandati allo sbaraglio, con armi e vestiti inadeguati e cibo scarso. Quei giorni, Mario Rigoni Stern, semplice sergente divenuto improvvisamente responsabile della vita di molti uomini, li racconterà, con misurato orgoglio, come essere stati i giorni più importanti della sua vita. Un racconto doloroso ma fondamentale per trasmettere agli altri il senso della propria esperienza, che rappresenta un sicuro ed efficace veicolo della memoria. Un racconto, dunque, all’insegna del ricordo e della memoria, di tutti i compagni uccisi, di coloro che ha visto cadere al suo fianco sulla neve, nella più tragica insipienza e inadeguatezza dei vertici militari. Un’esperienza nel corso della quale Mario Rigoni Stern si è contraddistinto anche per i suoi interventi a favore di alcuni civili in condizioni disagiate, che sono sopravvissuti grazie al suo aiuto, come Nikolaj Sanvelian che, salvato dal sergente, diverrà uno dei più apprezzati scrittori Russi e, all’avvio della glasnost e della perestroika, costituirà l’Associazione Internazionale degli Intellettuali “My Cultura” a cui parteciperanno anche Mario Rigoni Stern, Alberto Moravia e Giancarlo Pallavicini.
Di MarioRigoni Stern sono molto noti anche gli altri suoi romanzi, come “Il bosco degli urogalli”, “Storia di Tonle”, “Le stagioni di Giacomo” e via dicendo, tutti ispirati a grande rispetto e amore per l’uomo e la natura, nei quali sono sottolineati i valori importanti, autentici, veri ed universali della vita, in cui egli credeva fermamente: il grande amore di un uomo per la sua terra, il legame indissolubile tra memoria e natura, che costituisce l’essenza delle sue opere. Mario Rigoni Stern “aveva la grandezza che hanno i solitari”, come disse lo scrittore Ferdinando Camon. Quando un grande come Mario Rigoni Stern non c’è più il sentimento che si prova è di nostalgia e di rammarico per non averlo conosciuto. Certo, rimangono i suoi libri, ma una persona così sarebbe bello poterla guardare negli occhi mentre racconta.
Il sergente se n’è andato, non c’è più, ma ci si può credere: l’eco della sua voce risuonerà a lungo e non solo tra le sue montagne.
Michele Petullà


lunedì 25 agosto 2008

Ricordando De Andre' 2008 a Mileto
Struggente malinconia e messaggio incorrotto

I Fronesis Saverio Catagnoti e Pino Curra' in

Fiume Sand Creek

Non ha tradito le attese la II edizione del Premio Fabrizio de Andrè, le cui fasi finali si sono svolte a Mileto il 21 agosto. Un’intera serata dedicata al compianto cantautore genovese - che ha lasciato un segno indelebile nel panorama musicale italiano - ed alle sue canzoni, sospese tra musica e poesia. Sul palco, allestito in piazza Badia, si sono esibiti in tredici, tra artisti singoli e gruppi musicali, riproponendo le sue canzoni con interpretazioni di ottimo livello, in un’alternarsi di suoni ed emozioni che hanno piacevolmente coinvolto ed appassionato l’ampio pubblico presente. Alla fine, il verdetto emesso da una giuria qualificata, composta da musicisti, estimatori e studiosi di Fabrizio De Andrè e specialisti del settore, ha decretato la vittoria del gruppo I Fronesis (voci di Saverio Catagnoti e Pino Currà) che, con una bella interpretazione della canzone Fiume Sand Creek, si sono aggiudicati il 1° premio di mille euro. Al 2° posto, distanziato da soli quattro voti, si è classificato Marco Petrolo, con la canzone Sidun, mentre al 3° posto si sono classificati, ex aequo e ad un solo punto di distanza dal precedente, i Mediterraneos (voce solista Franco Arena), con la canzone Le acciughe fanno il pallone, e Antonio Giordano, con la canzone Khorakanè. Il premio della critica, infine, è stato assegnato ad Antonio Grillo, con la canzone Andrea. Un voto articolato quello espresso dalla giuria che, nell’attribuire il punteggio alle canzoni proposte, ha dovuto tenere conto della voce, dell’interpretazione e dell’arrangiamento. Dunque, un verdetto difficile e complesso, ma anche obiettivo e centrato, che ha riscontrato e rispettato anche il favore ed i pronostici del pubblico, che con entusiasmo e passione è rimasto ad ascoltare, fino a tarda notte, le emozionanti parole-poesie di Fabrizio De Andrè.

Michele Petullà